Bruno Giorgini: Il ciclone e la catastrofe

| 23 Novembre 2013 | Comments (0)

 

 

Il testo che segue è in parte frutto di dati e articoli apparsi il giorno dopo -20 novembre- la tragedia consumatasi in Sardegna in seguito al ciclone  Cleopatra, tentando di ricomporne i frammenti. In particolare il clima e la pioggia, lo stato del suolo, il cemento e le vittime, la protezione civile, alcuni numeri globali, conclusioni provvisorie.

 

Il clima e la pioggia.

Avrà a che fare Cleopatra con il riscaldamento globale? Sì risponde sulla Repubblica Giampiero Maracchi climatologo. “E’ stato un muro d’acqua che si è abbattuto sulle case e le strade della Sardegna con enorme violenza; purtroppo non c’è da stupirsi, perchè negli ultimi 15 anni l’intensità delle piogge è aumentata fino a nove volte rispetto al trentennio precedente. (..) Quando si parla di cambiamento climatico a molti sembra un fatto sfuggente e un po’ misterioso (..) invece lo troviamo in casa. I numeri confermano anno dopo anno il peggioramento della situazione. C’è un legame stretto tra i due cicli (delle piogge e delle temperature n.d.r). I mari sono diventati più caldi di circa un grado, (..) può sembrare poco ma (..) calcolando i volumi d’acqua in gioco, parliamo di un’enorme quantità di energia (..) che torna continuamente in gioco nell’interazione tra il sistema marino e l’atmosfera. Il calore del mare si trasforma in umidità che sale e aggiunge energia a quella già presente in atmosfera. Così quando l’aria fredda che viene dal Nord si scontra con l’aria umida e calda proveniente dall’Africa, si forma un muro di pioggia (..). In Sardegna sono caduti 450 millimetri di pioggia in poche ore. Proviamo a pensarla in termini di peso. Vuol dire che sono 4.500 tonnellate su un ettaro, una superficie di cento metri per cento, corrispondente a un grande edificio. Estendendo questo trattamento a una città si ottiene l’immagine di un bombardamento (..) ”.

 

Lo stato del suolo.

Lo racconta sul Corriere Angelo Aru, decano dei geologi sardi. “Il grande problema della Sardegna è l’uso sconsiderato e incondizionato del territorio, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze che derivano da certi interventi non solo edilizi. (..) Il punto è l’uso anzi l’abuso del territorio.(..). Si costruisce ovunque, in particolare sulle aree di recenti alluvioni ai lati dei fiumi. (..) Quelle aree rappresentano le casse di espansione di un corso d’acqua. Dovrebbe essere rigorosamente vietato costruire. (..)Le zone alluvionate diventano le migliori aree agricole possibili. Conservarle sarebbe di immensa importanza strategica per l’economia della nostra regione. Nel mondo cresce la popolazione e diminuiscono le zone coltivabili. (..) Hanno continuato a costruire nella zona delle recenti alluvioni (si riferisce all’ alluvione del 1999 a Capoterra, 17 chilometri da Cagliari, ndr) dimenticandosi che i bambini delle scuole in quell’area non morirono annegati solo perchè l’ondata di piena si annunciò in anticipo. (..). Anche qui (si riferisce alla pastorizia ndr) siamo nell’ambito di scelte politiche sbagliate. Per aumentare artificialmente le superfici a pascolo, si consentono arature anche a quote elevate e su aree in pendenza. Bisogna ricordarsi sempre che i suoli, così come si offrono in natura, sono i migliori regolatori dei deflusso delle acque meteoriche. Quando si distrugge l’ecosistema montano, appunto arando la superficie, si mette a nudo il suolo minerale e si distrugge la sostanza organica originaria. E così il coefficiente di deflusso delle acque aumenta a dismisura, con tutto il materiale che viene trasportato. (..).” E sulle costruzioni lungo la costa, così finisce Angelo Aru “Penso all’agglomerato di Costa Rei, a Villasimius. Un insieme di costuzioni assolutamente privo di una logica urbanistica in cui l’eccesso di cemento ha obliterato tutti gli sbocchi dell’acqua, come impongono le leggi naturali. Perchè l’acqua ha sempre bisogno della sua strada.”


Il cemento e le vittime.

Su questo tema sfogliamo essenzialmente l’Unità. A Villagrande Strisaili a Dicembre del 2004 la piena del Rio Sa Teula fece due vittime, la nonna e una nipotina di tre anni. Il Rio trovò i canali delle fogne cementati e quindi non potendo defluire s’ingrossò esondando. Più in generale Fausto Pani geologo dice “Se i corsi d’acqua sono liberi, non si arriva a tragedie come questa. Il problema è che abbiamo creato una sorta di sistema idraulico artificiale: ai torrenti naturali abbiamo sostituito cemento, asfalto e mattoni e sono così diventati impermeabili. Si veda Olbia: negli ultimi 25 anni l’abitato si è esteso e ha occupato tutto”. Guardando le foto dei canali di Olbia si vede che gli argini sono tutti cementati, ovvero impermeabili talchè le acque non possono percolare nel terreno, cioè non possono filtrare attraverso la terra, diluendo nel tempo l’allagamento e diminuendo così l’impatto alluvionale. Invece quando tutta l’acqua si incanala dentro il tubo di cemento, cresce più rapidamente di livello e nel contempo aumenta la sua velocità, cioè accumula energia,  e quando arriva l’ esondazione, abbiamo una vera e propria onda d’acqua  che dilaga a altissima pressione, come una molla ipercompressa che improvvisamente e d’un colpo si distenda.

Ma per il cemento c’è sempre qualcuno che dice “il cemento porta lavoro, e di lavoro la Sardegna è affamata”, così Cappellacci, l’attuale Presidente della Regione può presentare senza eccessive opposizioni un nuovo piano paesaggistico, che, come si suol dire, “libera l’uso del territorio da lacci e lacciuoli”, il che significa colate di cemento quasi senza limiti.  Si pensi che a Cagliari il partito del mattone ha messo le mani su Tuxvixeddu, la più grande necropoli punica del Mediterraneo. Eppure  racconta all’Unità Salvatore Cherchi ingegnere minerario, ex deputato PD e ex Presidente dell’ANCI (Associazione Comuni Italiani) regionale “Negli ultimi anni si sono verificati in Sardegna cinque cicloni definiti straordinari e eccezionali. Tutti con morti e effetti devastanti sull’ambiente”.  E Ettore Crobu, Presidente della Federazione regionale dei dottori agronomi e forestali così quantifica: “Se si osservano i dati delle stazioni meteorologiche dell’area si nota che le precipitazioni ogni anno si discostano dalla media nella misura del 100% o più. Il dato pluviometrico può raggiungere anche punte di 600 mm/giorno e 200-300 mm/ora.”  Come dire, è se non folle almeno irresponsabile costruire senza tenere conto di questi dati pluviometrici, che invece nei piani regolatori, o quel che ne resta dopo la deregulation, non entrano. A sua volta Paola Salvati, dell’Istituto idrogeologico del CNR, fornisce i seguenti numeri “In base ai nostri dati la Sardegna ha un tasso di mortalità per alluvione più alto della media nazionale. Dal 1950 al 2012, ovvero in 63 anni,  si sono registrati in questa regione ben 61 eventi, tra frane e inondazioni, che hanno causato danni alla popolazione.” Tra il 1963 e il 2012, inoltre, la Sardegna ha visto 42 vittime tra morti, dispersi e feriti per frane, e 50 per inondazioni.


La protezione civile.

Qualcosa palesemente non ha funzionato tra l’allerta meteo lanciato dalla Protezione Civile alle 15 di domenica 17, e la risposta delle istituzioni sarde, perchè non c’è stata alcuna risposta, nessuno ha fatto o detto niente, nemmeno, che si sappia, una richiesta di spiegazioni e/o precisazioni ove si fosse ritenuto l’allarme eccessivo. Diciamo che per l’intanto i sindaci avvisati via sms sono degli incoscienti in senso proprio cioè non coscienti del rischio, perchè il ciclone Cleopatra non è stato un fulmine a ciel sereno, ma annunciato. Poi hanno un bell’andare in giro cogli stivali di gomma a disperarsi, siamo alle solite lacrime di coccodrillo e allo scaricabarile delle responsabilità. Quindi veniamo alle falle strutturali. Secondo le leggi/regole vigenti dovrebbe essere attivo in ogni regione un centro regionale di protezione civile, ma ben sei regioni, Abruzzo, Basilicata, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Puglia e Sardegna, ne sono a tutt’oggi sprovviste.

Come si vede non dipende dal colore politico di chi governa, PDL, PD, SEL su questo pari sono. Inoltre dovrebbero esistere dei piani, obbligatori dal 1970, per far fronte alle varie emergenze, cicloni, terremoti, frane e quant’altro a livello comunale, ma pare che siano nella maggior parte dei casi non aggiornati, e in Sardegna in almeno 4 casi su 10 del tutto introvabili, e dire che in Italia i comuni a rischio idrogeologico sono tra l’82% e l’89%, secondo le fonti, del totale, in numero circa 6.600. Ma più in generale manca in Italia una cultura della protezione civile, che, come un tempo l’educazione civica, dovrebbe insegnarsi nelle scuole, nonchè essere corredata di esercitazioni pratiche periodiche per i/le cittadini/e, mentre di pari passo dovrebbero nascere corsi di alta formazione, universitari e dottorali. La protezione civile infatti è un campo di ricerca teorica e applicata molto ampio e interdisciplinare spaziando dall’ingegneria alla psicologia, dall’economia ai trasporti,  dalla medicina di primo soccorso alla geologia, dalla climatologia alla scienza della comunicazione, dall’informatica all’ecologia, dalla scienza dei conflitti alle competenze organizzative e manageriali. Non è quindi pensabile che possa essere affrontata senza un adeguato bagaglio di conoscenze, di tecniche, di tecnologie che si diffondano dagli specialisti a tutta la popolazione, per esempio con un servizio di protezione civile se non obbligatorio almeno fortemente consigliato e incentivato per i giovani, come fu la leva obbligatoria, quando non tutti erano generali e esperti strateghi, ma tutti imparavano a sparare e qualcosa d’altro sull’arte della guerra per cooperare alla difesa della patria. Qui si tratta dell’arte della pace, la protezione civile, almeno altrettanto importante, io personalmente credo più importante. Insomma ogni cittadino/a dovrebbe essere messo in grado di partecipare come soggetto attivo alla protezione civile. Far fronte alle catastrofi, sia a livello di prevenzione, che di riduzione del danno e cura delle ferite, esige in modo intrinseco il massimo di cooperazione tra i cittadini/e, e degli stessi con le varie istituzioni preposte al coordinamento e alle decisioni, in mezzo alle catastrofi la strategia selfish, egoista, non funziona.  Se si pensa per esempio alle evacuazioni, è evidente che soltanto con la convinzione, partecipazione e cooperazione consapevole dei singoli/e, può avvenire senza panico, in modo ordinato e rapido. Mi domando quali e quante altre tragedie e catastrofi dovranno verificarsi prima che nel nostro paese operi una protezione civile diffusa capillare, efficace; certamente molte, e ogni volta vedremo lacrime di coccodrillo, ascolteremo molteplici retoriche scempiaggini, sapremo di corruzioni estese, assisteremo a errori e incapacità tecniche così come a politici in cerca di voti annunciando prebende che poi, lontano dai riflettori degli studi televisivi, svaniranno come neve al sole, trasformandosi al più in clientele corruttive.

 

Alcuni numeri globali.

Torniamo al Corsera. Scrive Gian Antonio Stella, citando il libro L’Italia dei disastri, “Nel periodo 1900-2002 si sono verificati 4.016 eventi con gravi danni e ci sono state 5.202 vittime per frane e 2.640 per alluvioni, cioè 39 frane e inondazioni gravi con 77 morti l’anno, ai quali bisogna aggiungere i disastri successivi (ndr non è chiaro se qui si comprenda anche l’immane e del tutto fuori scala tragedia del Vajont con i suoi 1917 morti, a occhio mi pare di no). Inoltre la Commissione Ambiente della Camera ha votato all’unanimità una risoluzione dove si scrive testualmente: “le aree a elevata criticità idrogeologica (rischio frana e/o alluvione) rappresentano circa il 10% del territorio nazionale (29.500 chilomteri quadrati (..) in un comune su cinque sono state costruite in aree a rischio idrogeologico strutture pubbliche sensibili come scuole  e ospedali (..) il 68% delle frane europee  si verifica in Italia”. Ecco un altro primato di cui non essere fieri. Però c’è da scommettere che questa relazione della Camera farà la fine di quella relazione della commisione parlamentare d’inchiesta sulla monnezza che, nel 1993 trascrivendo le confessioni del pentito Schiavone il quale denunciava lo sversamento criminale di tonnellate di rifiuti tossici in Campania, su quella che oggi si chiama la terra dei fuochi, e indicando luoghi precisi, ebbene fu addirittura secretata e nessuno mosse un dito a cominciare dal governo per finire agli enti locali, con tutti i partiti allineati e coperti, di maggioranza e d’opposizione insieme. Qua non è stata secretata, ma tutti staranno con le mani in mano, con mille scuse e giustificazioni, tra idiozia e corruzione appunto. Tra le scuse ci sarà certamente la mancanza di denaro, infatti tra il 2009 e il 2012 i fondi per il risanamento del suolo sono passati da 551 a 84 milioni di euro, ridotti a 20 quest’anno, si avete letto bene: venti,  un quarto dei soldi (80 milioni) sperperati per convertire l’ospedale militare della Maddalena in un hotel “mai aperto per il G8 mai fatto”. Ma il costo complessivo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni, dal 1944 al 2012 è pari a 242.5 miliardi di euro ( fonte ANCE- Associazione Nazionale Costruttori Edili). Senza contare la perdita di vite umane. Dulcis in fundo  secondo la Cgia di Mestre, ma il dato non è stato smentito, le varie tasse “ecologiche”, sull’energia, i trasporti, le attività inquinanti, le emissioni di anidride solforosa e quant’altro hanno portato nelle casse dell’erario dal 1990 a oggi la somma di 801 miliardi e mezzo di euro (attualmente 43.88 mld l’anno), e ne sono stati spesi per scopi ecologici non più di 7 (sette), proprio così, men dell’1%. Insomma i soldi sborsati dai contribuenti per la salvaguardia e il risanamento dell’ambiente ci sarebbero stati e ci sarebbero, ma sono finiti altrove, dove non è dato sapere.


Conclusioni.

Non c’è molto da aggiungere o concludere. Soltanto che lo stato dell’arte è disastrato, e molto probabilmente peggiorerà. Per dare la misura della pessima situazione, si faccia mente locale al rapporto tra lo spaziotempo dedicato dai media alle varie vicende berlusconiane, nonchè a altre insignificanti spesso nauseabonde cose del mondo politico, e quello impiegato per i problemi di cui sopra. Un rapporto che ha da essere all’incirca tra cento e mille a uno, da cento a mille ore di Berlusconi story,e  una per i problemi ambientali. Oppure anche si pensi alla voce grossa del governo contro il movimento no tav che vuole preservare l’ambiente, e non solo la voce, ma la militarizzazione, e al denaro che butta in quell’opera ai limiti della demenza, se non per i profitti degli speculatori. Viceversa se ci interroghiamo sulle azioni del ministero per l’ambiente, si può tranquillamente rispondere che è difficile trovarne traccia riconoscibile in una qualche sia pur piccola parte della vita associata. Così mi pare che la parola “ambientale” sia solo e soltanto propria ai movimenti di base nella società. Quanto ci vorrà perchè raggiungano la massa critica sufficiente a ribaltare l’attuale economia politica liberista del profitto e quindi dello sfruttamento illimitato non solo dell’uomo sull’uomo ma anche  della natura, è difficile dire, nel frattempo prepariamoci al ciclone prossimo venturo.

 



 

 

 

Category: Ambiente

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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