Aulo Crisma: Dieci anni con i Cimbri/1

| 6 Aprile 2016 | Comments (0)

 

Diffondiamo dalla  rivista Cimbri/Tzimbar. Vita e cultura delle comunità cimbre, n. 52, 2015

 

Dal mare alla montagna…

Ero partito da Trieste al mattino presto di un uggioso giorno di fine ottobre del 1947. Avevo preso il treno per Verona. Dovevo recarmi alla sede scolastica che mi era stata assegnata in un paese della provincia. Nella stazione di Porta Nuova i sottopassaggi, puntellati da grosse travi e a malapena illuminati da fioche lampadine penzolanti dal soffitto, portavano ancora i segni dei bombardamenti della guerra, che pur era finita da oltre due anni,

A Porta Vescovo, nella parte opposta della città, salii sul tram che mi avrebbe portato a Tregnago, ultima stazione della strada ferrata. Entrando ad un certo punto in una valle fiancheggiata da colline che a mano a mano che si procedeva verso nord crescevano di statura, per osservare meglio il paesaggio mi avvicinai al manovratore, che guardandomi bonariamente mi domandò:

“Dove va, giovanotto?”

“A Giazza” risposi.

“A la Giassa? Ah, poareto!”

Questa parola di commiserazione più che spaventarmi mi incuriosì. A Tregnago dovevo attendere tutto il pomeriggio per imbarcarmi sulla corriera che mi  avrebbe trasportato fino a Selva di Progno, dove finiva la sua corsa. Per ingannare il tempo, dopo aver camminato a lungo, mi fermai a schizzare su di un foglio una chiesetta che sorgeva in periferia isolata su un poggio. E alla sera il viaggio continuò su una corrieretta che, carica di passeggeri, traballando si inoltrava sulla strada sterrata, nella valle che diventava sempre più stretta tra  i monti che diventavano sempre più alti. E giunsi al capolinea, Selva di Progno, che era già buio fitto. Un occasionale compagno di viaggio mi accompagnò alla locanda. I proprietari, Maria e Guido Battistel, simpatiche persone, che in seguito mi sarebbero state amiche per una vita, mi accolsero con spontanea gentilezza. Il mattino seguente mi attendevano sei chilometri di cammino per arrivare alla meta, Giazza. La valigia mi sarebbe stata recapitata con il primo carrettiere di passaggio. Lungo la strada non vedevo né pali della luce né pali del telefono e mi venne in mente quel “poareto” proferito in tono pietoso dal gioviale manovratore del tram. Dove andavo? Alla fine del mondo? I monti si ergevano cupi nel mattino senza sole. Di quando in quando scorgevo agglomerati di case sui due versanti della valle.

Dopo mezz’oretta di agevole andatura sul lievissimo pendio, i miei passi incontrarono una lunga e piuttosto impegnativa salita. Poi la strada continuava in leggera discesa. Ed ecco, dopo un’ora dalla partenza, apparirmi davanti agli occhi un campanile, la chiesa e un folto gruppo di case raggrumate tutt’intorno. Finalmente ebbi davanti agli occhi il paese del mistero.

 

A Giazza…

Abbandonata Trieste appena il giorno prima, ho l’impressione di essere stato catapultato in un mondo che mi sembra antico. Attraverso un piccolo ponte che passa sopra un impetuoso e stretto corso d’acqua. Ad un solitario passante chiedo dov’è la scuola. Mi indica una stradetta acciottolata che scende zigzagando in forte pendio. Busso ad una porta e mi apre una signora anziana che mi fa entrare nella sua cucina. Mi presento e dico che sono il nuovo insegnante. Lei apre una porta interna e, a voce alta, avverte: “l’è rivà el maestro novo” Dopo un istante compare una graziosa ragazza: è la “maestrina”, ed è anche sua nipote, la quale, attraverso la porta interna mi fa entrare nella scuola, che consta di tre aule sovrapposte una sull’altra, collegate da una scala di legno. Occhietti vispi di bambini mi osservano curiosi.

Vengo poi accompagnato nella canonica e presentato al parroco. Gli chiedo se può aiutarmi a trovare un alloggio. Intanto mi ospita a pranzo e mi mette a disposizione una camera della canonica. Non è facile incontrare una famiglia che abbia una stanza libera. Per la prima settimana, come soluzione provvisoria, mangio dalla Maria del Frè, che mi racconta che suo marito è stato ucciso dai tedeschi in ritirata sul finire della guerra vicino al cimitero, dove hanno preso in ostaggio il parroco che poi hanno trascinato per tutta la valle di Revolto e giù per quella di Ronchi fino in Ala e lì l’hanno fucilato. Ma il brigadiere della forestale s’è salvato buttandosi giù per il prato. E per tutta la settimana dormo in canonica. Poi la Lisa Scaje mi affitta a casa sua una camera che si è resa libera, dato che sua figlia Rosetta è andata a servizio. E trovo la tedesca di Vittorio disposta a farmi da mangiare. Abita vicino al torrente, sulla sponda opposta a quella della segheria. Si chiama Eva ed è di aspetto gentile e nativa di Stoccarda. A me e a suo marito parla in tedesco. Io non riesco a capire tutto ciò che mi dice, ma dalla tristezza della sua voce capisco che rimpiange la sua città, e non solo quella. Risolti i problemi logistici incomincia la mia avventura con i Cimbri. Sento che mi hanno accolto con simpatia ed amicizia. La signora Eva mi chiama Herr Aulo. Mi viene quasi da ridere al sentire tanto ossequio.

Giazza, all’origine della Val d’Illasi, è l’unico paese del territorio lessinico, che comprendeva i Tredici Comuni Veronesi della Montagna Alta del Carbon, a conservare vivo l’antico idioma tedesco, il ”taucias garёida”, un antico alto tedesco, che era la lingua dei coloni tedeschi insediatisi sulla Lessinia verso la fine del 1200. Qui si è conservata tale e quale nei secoli, come chiusa in una scatola.

Ho detto che Giazza è posta all’origine della Val d’Illasi, ma si potrebbe anche dire che  è l’ultimo paese della valle per chi la risale da sud. Con le case che sembrano una sopra l’altra è addossata allo zoccolo del Monte Campostrin che, con i monti retrostanti, fa da spartiacque alle valli di Revolto e di Fraselle. Queste, confluendo in quella d’Illasi, formano una ipsilon.

Giazza in vecchi documenti parrocchiali scritti in latino è denominata “Glacia”. Entrambi i termini evocano sensazioni di freddo. “La Giassa”, come ancora oggi è indicata dai veronesi, già al mio primo impatto autunnale, mi si è rivelata piuttosto fredda anche nelle giornate serene, sprofondata nella stretta valle, con un sole per nulla mattiniero, che fa capolino dai monti del versante orientale per nascondersi frettolosamente  dietro quelli del versante opposto. Ma la corrispondente denominazione cimbra “Ljetzan”

ha un significato ben diverso: vorrebbe dire “risplendere”, derivando da un antico verbo germanico. Questa interpretazione, sostenuta da eminenti studiosi, tra cui mons. Giuseppe Cappelletti, è avvalorata dal fatto che la radice di Ljetzan proviene dal cimbro liast (luce), affine all’inglese “light”. Tra il cimbro, antico germanico, ed il sassone, antico inglese, la parentela è piuttosto stretta. Da subito ho preferito Ljetzan a Giazza. Più avanti avrei espresso la mia preferenza per Ljetzan, “incastonata nel fondo della valle, illuminata dal sole, riverberante una radiosa luce nell’aria tersa dello scenario montano, risplendente come gemma preziosa”.

 

L’acqua scorreva perenne proveniente dalla Val Fraselle

 

I giassaroti

Per dire ad una persona che non capisce niente i veronesi ancora oggi le fanno questa domanda: “Ma viento da la Giassa?” Nei tempi passati quelli della Giassa erano considerati degli alieni, che parlavano una lingua incomprensibile, che avevano costumi diversi. Mi ha raccontato il maestro Fabbris che nel carnevale di Verona compariva un personaggio minore accanto al Papà del Gnoco e al Duca della Pignata: l’Anzolin de la Giassa, una specie di scemo del villaggio. E una caricatura di automobile sfilava nel corteo con la targa Giazza 00. Non era da meravigliarsi se al malghese più ricco di Giazza,, seduto sui gradini davanti alla chiesa di Santa Anastasia, avvolto nel suo vecchio tabarro nero, veniva allungata l’elemosina.

I giassaroti che ho incontrato io sul finire degli anni Quaranta erano ben diversi dai cimbri incontrati da Corna da Soncino nella seconda metà del 1400 che “sempre tra lor todescando vano: la lingua lor da germanico pende, ma con boni Todeschi non s’intende…”  E Scipioni Maffei qualche secolo dopo esprime la sua meraviglia e grandissimo piacere  nell’udire “donne non uscite mai de’ loro boschi, ed uomini vissuti col far carbone, parlar il fiore dell’antichissima lingua Germanica”. A Giazza, ultima isola linguistica tedesca della Lessinia, tutti sanno esprimersi nel dialetto veronese e anche in italiano. Nella scuola ho incontrato sempre alunni svegli ed intelligenti. Ho saputo che nel periodo fascista le autorità avevano sollecitato gli insegnanti a proibire l’uso del cimbro.  Nei primi anni Cinquanta il cimbro viene valorizzato come retaggio prezioso di un patrimonio linguistico e culturale. Molte persone, di Giazza e di fuori, si prodigano per ritardarne l’estinzione promuovendo studi, fondando giornali ed associazioni. Nella gente permane una certa diffidenza per questo rinnovato interesse. Tranquillo Dal Bosco mi ha detto un po’ risentito: “I ne ciama noaltri per farne parlar in cimbro. Ma i è lori che tira i contributi” (Chiamano noi per farci parlare in cimbro. Ma sono loro che riscuotono i contributi).

L’antica scarsa considerazione da parte dei cittadini per i cimbri è ancora viva. Mia figlia era stata chiamata qualche anno fa a tenere delle lezioni sul confucianesimo alla scuola di teologia di Verona. Don Valentino Cottini così la presentò scherzosamente all’uditorio: “No me credarè, ma la vien da Giassa”.

 

In Contrada di Sopra

La casa, in Contrada di Sopra,  dove ho la stanza da letto, ha un piano rialzato raggiungibile con una scala esterna di alti gradoni di sasso squadrato grossolanamente. In un angolo della cucina, rientrante nel muro, un grande acquaio in pietra con appesi sopra i secchi dell’acqua è anche il mio lavabo. Ogni mattina mi metto a torso scoperto per lavarmi con l’acqua gelida appena attinta alla fontana. “Er hat iz piuat asbìa an bolf !” (ha il sangue come un lupo) ha esclamato la signora Elisa, forse per giustificare la mia nudità. La camera è al secondo piano. Il pavimento di legno mi divide dalla camera sottostante occupata dagli anziani coniugi. Il letto non ha rete metallica, ma larghe stecche di legno con sopra un materasso di cartocci e sopra questo un materassino di piume. Il gabinetto è all’esterno, sopra la concimaia dell’orto. I serramenti e i pochi pezzi di arredamento sono di grezza fattura artigianale. Però c’è la luce elettrica, fabbricata sul posto. Ecco svelato il mistero dell’assenza di tralicci o pali e fili lungo la strada. In fondo al paese una centralina, opera dell’intraprendente maestro, zio della mia collega e pure mio collega, sfrutta il salto dell’acqua, che proviene dalle sorgenti di Val Fraselle.

E la forza dell’acqua fa funzionare la segheria del Silvio Gussi, che si vede dalla piazza, e la falegnameria del Sisto alla fine della Sagarùan. Nella stessa Sagarùan mi fanno visitare il mulino del Piereto Molinaro e la fucina del Fabbris, padre del maestro. Mulino e fucina non sono più in  attività. Sulla piazza si affaccia l’osteria del Tona, con sotto il forno. Ne escono giornalmente poche sfornate di pane fragrante, poiché i settecento abitanti del centro e delle numerose contrade fanno largo uso di polenta. Mi dicono che solo qualche anno addietro la maggior parte della popolazione il pane lo vedeva sì e no alla festa.

Quasi tutti gli scolari calzano le sgalmare: sono scarponcini con la tomaia di cuoio inchiodata ad una spessa suola di legno, con sotto le brocche per proteggerla dall’usura. Quando i ragazzi scendono in frotta di corsa pestando sui ciottoli della Sagarùan sembra di sentire la cavalcata di una banda di cow-boys. E quando vi passano di notte si vedono le scintille che si sprigionano da sotto i loro piedi.  Nel registro di classe in una colonna è indicata la professione dei genitori: boscaioli, mandriani, operai. Mandriani sono considerati quelli che, come attività esclusiva, praticano l’allevamento del bestiame. Tra di loro non sono perciò inclusi i proprietari di una o due vacche. Gli operai in prevalenza sono i lavoratori occupati stagionalmente nella foresta demaniale. Il Corpo Forestale dello Stato ha a Giazza una stazione con un comandante e due guardie. Con l’ufficio e le abitazioni occupano un grande edificio costruito proprio accanto al torrente là dove l’acqua incomincia il salto, dal padre di Stefano Nordera, e doveva servire da albergo dopo che avevano costruito la strada nuova che portava, con una breve derivazione,  alla piazzetta, mentre la strada vecchia passava lungo l’altra sponda del torrente conducendo ai piedi di Giazza, nella parte più bassa, nella contrada Osti. In fondo alla Sagarùan sorgevano un’osteria e un albergo con stallo. Da questo albergo era passato Cesare Battisti diretto a Trento e la giovane cameriera di allora aveva conservato come una reliquia la tazzina che era servita al futuro martire per prendere il caffè. E questo albergo è diventato scuola e, quando qualche anno dopo il mio arrivo hanno aggiunto un altro posto di insegnante, il Comune ha ricavato la quarta aula da un locale al primo piano di un edificio contiguo. Sotto l’aula un ampio vano al pianterreno recava sull’architrave di pietra della porta di entrata la scritta “stallo”, a testimoniare la sua funzione primitiva.

 

Giazza negli anni ‘30

 

 

La maestrina

La maestrina insegnava in prima e seconda, nell’aula a pianoterra. Da sotto il pavimento di legno, quando la scolaresca era in silenzio, si sentiva provenire lo scalpiccìo dei topi. Le arrivavano dalle contrade Bosco e Buskangrùabe dei  bimbi che non parlavano l’italiano. Si esprimeva soltanto in cimbro, la sua lingua materna, anche il piccolo Marino Dal Bosco della Buskangrùabe. Nel giugno del 1944 la sua casa e quelle degli zii vengono date alle fiamme dai nazifascisti che avevano avuto nei pressi uno scontro a fuoco con i partigiani. Il papà viene messo al muro. Il figlioletto, che allora aveva cinque anni, grida: “Teta, Teta, se tòatadi!” (Papà, ti uccidono!). Il comandante tedesco, meravigliato di sentire quelle parole “tedesche” che rivelano la disperazione del piccolo, lascia libero il padre.

Gli scolari parlanti cimbro, i parlanti il dialetto veronese e quelli parlanti l’uno e l’altro, tutti a Natale avevano imparato a leggere e scrivere, anche quello che leggendo i cartelloni dell’alfabetiere, che avevano una illustrazione per ogni lettera dell’alfabeto, giunto alle quattro lettere, corsivo e stampatello maiuscole e minuscole della  esse del serpente, con disinvolta sicurezza, declamava “s, s, s, s bisso. Un giorno le è capitata in classe la moglie del Lòkatzar, che senza dire né buongiorno né buonasera si è rivolta direttamente ai suoi figli, la bambina nel primo banco e il maschietto nell’ultimo:

“Quando che vignì fora de scuola, ‘né su dal Tilio. Ti Agostino porta a casa el petrolio e ti Ada la farina e ste atenti che la farina no la ciapa odor de petrolio. Ve racomando. Bongiorno, siora maestra”.

Ai vetri della finestra in fondo all’aula che dava sulla pubblica via veniva a picchiare con un dito la vecchia madre del Nane quando aveva potuto furtivamente sottrarre un ovetto che la nuora aveva raccolto nel pollaio su al Quartier. Perché la maestrina, che era anche sua pronipote essendo sorella del nonno, potesse berselo ancora caldo.

Un pomeriggio era stata invitata da una famiglia del Nouć a mangiare la ricotta. Sul pavimento della cucina attorno al paiolo vuoto, ma ancora caldo della polenta erano accovacciati i numerosi figlioletti che con un cucchiaio pescavano povain, ricotta, e frammenti di crosta. Vedendo con quanto appetito i bambini erano intenti a colmare qualche buco nel loro stomaco, la maestrina non ebbe il coraggio di sottrarre neanche un boccone alla cerchia festante.

La maestrina raggiungeva ogni giorno la scuola partendo dal Giòas, contrada dove abitava

 

 

I direttori didattici

Io avevo la terza, nell’aula di mezzo, che aveva una porta che dava direttamente all’esterno. Un giorno era venuto a trovarmi il direttore didattico Luigi Virgulin, goriziano, dunque giuliano come me. Come un buon padre mi ha dato dei preziosi suggerimenti pratici per svolgere al meglio il mio lavoro. Ha preso la sedia e si è seduto in mezzo all’aula tra le due file di banchi. Con il libro di lettura in mano  ha fatto lezione. A me è servita molto  più che un testo di didattica. Qualche anno dopo, alla fine del triennio di prova, doveva accompagnare me e la collega a Verona dall’ispettrice scolastica.

“La xe cofe” ci disse. “Dovemo andar noi da ela invesse de venir ela da voi”.

Mi era piaciuto sentire quella parola del nostro dialetto che deriva dal tedesco kopf, testa e significa “un po’ fuori di testa”. Mi ha spiegato come fa a capire se un maestro usa il metodo “Pestalozzi”, ossia se ricorre agli scappellotti: “Basta che mi avvicini un po’ bruscamente ad un ragazzino e questo si ritrae prontamente, come per evitare un colpo, per valutare il suo comportamento”.

Una mattina i miei scolaretti invece di badare alla scrittura del tema hanno tutti gli occhi puntati al soffitto e la bocca atteggiata al sorriso. Guardo anch’io e mi rendo conto di tanta attenzione: da un buco esce un filo sottile al quale è legato ad una zampetta un grosso ragno che annaspa nel vuoto con le altre zampe libere. Poi il sorriso diventa una generale irrefrenabile risata. Corro all’aula di sopra e vedo un gruppetto di alunni chini sul pavimento  ridere anche loro. Il mio collega seduto alla cattedra assorto nella lettura di non so cosa non si era accorto di nulla.

Un altro direttore, Beniamino Tagliaro, era giunto da Tregnago per farmi visita in una chiara mattina di primavera. Quella mattina con i miei scolari ero andato in passeggiata nella foresta demaniale. Mi ha aspettato che ritornassi.

“Sono venuto apposta per lei e non la trovo…” mi dice con voce tranquilla.

“Mi scusi, direttore. Se avessi saputo del suo arrivo”…

In quegli anni non erano previste regole burocratiche per uscire dalla scuola per una semplice escursione. Gli scolari però, per antica consuetudine, facevano vacanza in occasione della sagra dei bogoni di Sant’Andrea alla fine di novembre e per la fiera di San Martino a Tregnago. Questa usanza non era solo di Giazza, ma di tutti i paesi della montagna. Il direttore Tagliaro aveva inviato una circolare in cui bonariamente rilevava che “quando la giostra gira all’equatore si fa festa anche al polo”.

 

 

Il dialetto veronese

Avevo gettato dietro le spalle il mio dialetto e mi ero ingegnato ad assumere le espressioni veronesi. Avevo sostituito “l’è” al “xe”, “te ghé” al “te ga”, le varie forme del participio passato, eccetera.

Un pomeriggio della primavera successiva mi trovavo a Tregnago e non avevo voglia di attendere la sera per prendere la … diligenza che mi avrebbe fatto risparmiare dodici dei diciotto chilometri che mi separavano da Giazza. Il cielo era sereno e decisi di avviarmi a piedi. Fuori dal paese mi si accompagnò un viandante che risaliva anche lui la valle. Incominciammo a parlare del tempo e delle cose più comuni. Io parlavo come il mio sconosciuto compagno di strada in dialetto veronese. Ad un certo punto mi domandò di dove fossi.

“De San Giovani” risposi. Volevo passare per veronese.

“De San Giovani Ilarione o de San Giovani Lupatoto?

Rimasi un istante allibito. Non sapevo che nella provincia esistessero due San Giovanni, ma risposi prontamente:

“De San Giovani Lupatoto”. Mi era più simpatico quel Lupatoto.

“E dove el sta de casa?”

“In piassa, rente la cesa”.

E l’altro incalzò spietato:

“Ma, alora, el conossarà me sorela? La sta in piassa anca ela”.

La faccenda incominciava a farsi seria. Risposi restando nel vago e cambiai discorso. Per fortuna lui era arrivato a destinazione ed io proseguii il mio cammino tranquillo e soddisfatto di aver superato l’esame di veronesità.

 

 

Fuori dalla scuola…

Il comandante dei forestali aveva prestato servizio in Istria. Aveva una moglie gentile e simpatica e due figlioletti. Uno era mio scolaro. Qualche pomeriggio prendevo il caffè o il tè a casa sua.

Andavo in canonica a conversare con don Erminio, l’ansiprete, cioè l’arciprete, il parroco. Trovavo sempre nella sua biblioteca qualche libro più o meno interessante da leggere. Mi aveva dato da riprodurre a carboncino una serie di ritratti di papi, fino all’ultimo, Pio XII. Li riproducevo su grandi fogli di pesante carta da pacchi, sulla parte ruvida. Non sapevo a che cosa potevano servirgli. A me servivano a riempire le lunghe serate invernali che, altre volte, erano occupate con Arduino, il figlio dei miei padroni di casa, ed Eligio, quando non avevano da andare a filò a trovare la morosa. Erano desiderosi di ripassare l’aritmetica appresa alle elementari e ormai dimenticata. A quei tempi i programmi della scuola primaria per l’aritmetica giungevano fino alle proporzioni e la geometria fino al volume della sfera. Ci sedevamo attorno al tavolo in cucina, illuminato, non troppo, dalla lampadina di pochi Watt per economizzare sul consumo, che ardeva grazie alla centralina del maestro Fabbris. Eligio e Arduino mi insegnavano frasi cimbre, spesso scherzose, come “an hant un a tzant”, una mano e un dente, per indicare il numero sei. Il soffitto in legno era anche pavimento della stanza da letto dei suoi genitori. Sentivamo i movimenti del papà che prendeva il vaso da notte. Alla fine dell’uso il figlio diceva “plon” e nel vaso cadeva ancora qualcosa.  Quando la sera Arduino rientrava ed io ero già a letto, la signora Lisa dalla sua camera lo invitava a chiudere la porta di casa: “Boce, spear de tur”. La Lisa era soprannominata la Scaje per la sua lingua tagliente.

Avrebbe potuto anche fare a meno di tirare il catenaccio, dato che nel paese si conoscevano tutti ed i forestieri eravamo io, i forestali e lo scarparo. Era costui un siciliano di Zafferana Etnea, trovatosi sul finire della guerra a Giazza. Aveva aperto la sua botteguccia di calzolaio sulla Sagarùan nel piccolo fabbricato rimasto vuoto dopo che il Piereto aveva venduto tutto l’armamentario del suo mulino. Quando andavo a trovarlo, succedeva spesso, mi raccontava delle sue peripezie culminate con una fuga avventurosa dai tedeschi. Parlava e lavorava senza posa. La mia presenza non faceva rallentare il suo ritmo, per cui non avevo il timore di fargli perdere tempo. Si riforniva di pelli e cuoio a Illasi, a ventiquattro chilometri più a sud , che raggiungeva con la bicicletta. Era fidanzato con la Dina, figlia dei gestori dei Tre Garofoli.

E non perdeva tempo neanche il Sisto quando mi fermavo nella sua falegnameria, al pianoterra della più bella casa del paese, in fondo alla Sagarùan. Le macchine erano mosse dalla forza dell’acqua che scorreva sotto il pavimento in una serie di canalette e, con un ingegnoso sistema di leve, veniva indirizzata alla ruota che azionava la puleggia della pialla, della sega circolare o di quella a nastro. Sulla facciata decorata da sbiaditi dipinti di contenuto religioso si aprivano su due piani minuscole finestre dai contorni in pietra e pure il portoncino dalle ante in legno pieno aveva gli stipiti e l’arco e la chiave di volta artisticamente lavorati. Uno stretto ballatoio con parapetto in ferro battuto conduceva dall’angolo della casa sul piano strada fino all’ingresso al centro della facciata.

 

 

Sisto e la Mincola

Sisto è un arzillo ometto che, grazie ad un lascito del Pfaffe Runc’ che permette di mantenere agli studi in seminario due aspiranti sacerdoti nativi di Giazza, ha frequentato fino alla quinta ginnasio e legge ogni giorno le pagine del quotidiano L’Arena di Verona che arriva all’osteria del Tona portato, insieme con la posta, dal Cioci, il portalettere, anche lui piccoletto, con una faccia simpatica e gli occhietti neri vivacissimi, che con ogni tempo arriva a piedi da Selva di Progno. Sisto fa anche il sacrestano e il campanaro e va nella centralina a sostituire i fusibili quando qualcuno va ad avvisarlo che è saltata la corrente. Se la scorta dei fusibili è consumata, e ciò avviene molto spesso, ricorre al filo di rame o, in mancanza, al fil di ferro. Provvede anche a togliere le foglie dalla griglia quando impediscono all’acqua di entrare nel tubo  che dal laghetto va a cadere nella turbina.

Sua sorella Mincola, piccola come lui e incurvata dagli anni, lo aiuta a riporre i paramenti. A Natale allestisce il presepio: sull’altare vicino alla porta della sacrestia mette in riga tutte le statuine, pecore con pecore, pastori con pastori, le più piccole davanti e via via le più grandi dietro, seguendo una sua personale idea di prospettiva.

 

 

Vita semplice

La semplicità della vita che scorre in quest’angolo remoto della provincia veronese, che ho colto fin dal primo impatto, si è rivelata anche in occasione della morte di una persona anziana. Era un confratello della Compagnia del Santissimo. I confratelli nelle cerimonie religiose vestono il camice bianco stretto ai fianchi dal cingolo  e coprono le spalle con una mantellina rossa. Nelle processioni portano gli stendardi, la croce, i candelabri. Con la quota annuale di associazione si assicurano la cassa da morto e il funerale. La Compagnia provvede a tagliare gli abeti nella foresta demaniale comperati in piedi e martellati dalle guardie, li riduce in assi nella segheria del Gussi, così denominato perché proprietario di una moto Guzzi, e il Sisto con queste prepara la cassa da morto rastremata a regola d’arte, con la larghezza maggiore all’altezza delle spalle, la parte dei piedi più stretta di quella della testa, con le pareti del fondo e del coperchio inclinate. Il legno grezzo è al naturale, senza vernici o colori. Alcune donne sono brave a confezionare una piccola corona con rami di sempreverde.  La bara viene coperta da un pesante drappo di velluto nero orlato d’argento, trasportata a spalle e collocata in chiesa sul catafalco. La salma è accompagnata al camposanto dall’intero paese. Se il funerale si svolge al mattino vi partecipa tradizionalmente anche la scolaresca. In testa al corteo funebre un chierichetto regge un labaro nero su cui in color argento è dipinto uno scheletro che impugna una grande  falce. Al ritorno dal cimitero la frotta dei chierichetti ritorna alla chiesa correndo allegra dietro al vessillifero che agitando l’asta fa ballare la morte rappresentata da quella lugubre figura.

All’uscita dal camposanto più di una volta ho notato sulla faccia degli anziani un abbozzo di sorriso  soddisfatto se il sepolto era più giovane di loro. E il prete, un giorno, ha dovuto rimproverare il vedovo che all’ amico chiedeva dove andare a filò la sera: “Vergognatevi! Aspettate almeno che sia sotterrata”.

 

 

Il Marcellino

A leggere l’Arena all’osteria del Tona ci va anche il Marcellino della Ferrazza, la contrada del paese posta al livello più basso, proprio sul fondo della valle, poco dopo che l’acqua di Fraselle s’è unita a quella di Revolto per dare inizio al torrente della Val d’Illasi. Pure Marcellino, come Sisto, ha frequentato il ginnasio e qualche classe di liceo in più. Due dei suoi figli portano il nome di Ulisse e di Plinio, a testimoniare le sue reminiscenze scolastiche. Aveva fatto il collocatore comunale e, in pensione, teneva l’amministrazione della locale cooperativa di lavoro dei boscaioli. In una sala dell’osteria dei Tre Garofoli mi era capitato di assistere alla conversazione tra il Marcellino ed un ispettore dell’INPS che voleva avere spiegazioni su qualche irregolarità riscontrata. Ad ogni rilievo che ascoltava con manifesta attenzione, lo si vedeva dall’orecchio teso aiutato dalla mano attaccata al padiglione per aumentarne la capacità ricettiva, Marcellino rispondeva “Va ben”. Non andava bene niente, ma era impossibile farlo capire ad un sordo. Dopo due ore di quasi soliloquio, l’ispettore desistette e se ne andò, neanche arrabbiato, piuttosto rassegnato. La sua trasferta da Verona a Giazza era stata vana.

 

 

Ai Tre Garofoli. La Giulia

Dopo tre mesi che consumavo i pasti dalla signora Eva dovetti cambiare cucina non volendo più fare da cuscinetto nei frequenti alterchi tra i coniugi. La signora Eva era conosciuta in paese come “la Tedesca del Vitorio”. In Sagaruan, vicino alla scuola, abitava nella casa del Sisto “Gino dela Tedesca”, che era la moglie proveniente dalla Germania dell’Est. Mi spostai in fondo alla Sagaruan, proprio accanto alla scuola, all’osteria dei Tre Garofoli. Qui la Giulia e suo marito Nane conducevano l’osteria e la rivendita di sale e tabacchi. Il Nane una volta alla settimana, di giovedì, andava in bicicletta a rifornirsi alla dispensa di Tregnago. Nel viaggio di ritorno, quand’era arrivato alla rotonda, doveva scendere dalla bicicletta e spingerla con tutto il suo carico su per la pontara, la lunga e ripida salita, che incominciava a tre chilometri da Giazza. La rotonda è così chiamata per una casa con il muro rotondo in corrispondenza della curva della strada. La pontara finiva alla contrada Faggioni, dove incominciava una leggera discesa fino al paese. Fin dalla prima volta che avevo fatto quel percorso a piedi mi era parso strano che una strada sul fianco della montagna, senza perciò dover superare crinali, salisse più del necessario per poi discendere per un lungo tratto. In seguito mi è stato spiegato che prima della prima guerra mondiale si andava da Selva a Giazza su una carrareccia sulla destra del Progno, che affiancava il letto del torrente con una pendenza costante. Poi la nuova strada fu costruita alla sinistra del corso dell’acqua e, per toccare la contrada Gioas dove abitava un assessore comunale, la fecero inerpicare esageratamente. Quando il maestro Fabbris voleva allontanarsi da Giazza con la sua motocicletta senza farlo sapere allo zio monsignore, la spingeva fino ai Faggioni per avviare poi il motore all’inizio della discesa, ormai lontano dalle orecchie severe.

Con il Nane, oltre alla moglie ed ai figli, abitava anche l’anziana madre, Catina. Era capitata a Giazza giovinetta insieme con il fratello, che di mestiere faceva il fabbro e di cognome era Fabbris. Avevano abbandonato il loro paese nella valle dei Signori, nel Vicentino, devastato da un’alluvione. Si verificava un caso rarissimo di immigrazione. La Catina metteva le noci ad asciugare sul davanzale della finestra della sua camera, che stava sopra la bottega. Il Volpe, per farle un dispetto, portava dalla Ferrazza, di notte, una lunga scala a pioli e su quella saliva per rubarle le noci. Sua cognata, la sorella di don Bepo e nonna della mia collega, era chiamata Caterina.

Quando s’è sposato il primogenito del Nane, che era entrato nel Corpo Forestale, sono stato invitato al banchetto nuziale. Tutto il pranzo, dal brodo con le tagliatelle, ai secondi di carne lessa e arrosto, ai contorni, alla fogassa, era stato preparato e consumato in casa secondo tradizione. E, rispettando le usanze, i bambini di scuola erano stati pronti a raccogliere dalla polvere della piazza i confetti gettati sulla testa degli sposi all’uscita dalla chiesa.

La Giulia, la moglie del Nane, è la persona più cimbra che io abbia conosciuto a Giazza. Cimbra per la perfetta conoscenza della lingua, ma soprattutto per la passione per le antiche credenze che mescolava con naturale convinzione alla fede cristiana. Mi ha raccontato che da ragazza dava udienza a due giovanotti, in sere diverse, al Bispal della Ferrazza e al Nane, per avere una possibilità in più di non rimanere zitella. Poi l’avrebbe sposata il Nane.  E’ stata intervistata e molto spesso registrata da tutti gli studiosi italiani, germanici e austriaci del taucias garёida, principalmente dal bavarese professor Bruno Schweizer nei suoi ripetuti soggiorni a Giazza, ancora prima degli anni Quaranta e in seguito. Mi raccontava del ritorno delle anime dei morti nelle loro case nella ricorrenza della giornata ad essi dedicata. All’avvicinarsi dell’oscurità si spalancavano le finestre, sul davanzale si accendevano i lumi e nel caminetto si posava un grosso ciocco che ardesse tutta la notte. Il battaglio della campana più grossa veniva fasciato all’estremità con la gomma di una vecchia camera d’aria. Colpendo il bronzo  i rintocchi attutiti risuonavano lugubri e intervallati fino alle prime luci del mattino. I campanari in precedenza avevano raccolto presso le famiglie patate, farina e burro per preparare gli gnocchi da mangiare durante la notte. Quando ero arrivato io a Giazza avevano ormai tralasciato di accendere  le fiammelle alle finestre. Mi sono perso uno spettacolo sicuramente suggestivo: tante minuscole luci che punteggiano il buio di un indefinito  paesaggio notturno incastrato nel buio più profondo delle montagne.

E non era soltanto la Giulia a credere nelle anguane, nelle fade e negli orchi. Queste creature, spesso protagoniste nei racconti del filò, erano scomparse dopo il Concilio di Trento e il passaggio di San Carlo Borromeo sui Lessini. Questo mi raccontavano gli anziani.

Era venuto a trovarmi da Verona, dove era impiegato al Provveditorato, mio cugino Piero Depase. Mi aveva portato delle seppie, poiché giustamente pensava che mangiare seppie a Giazza fosse una cosa più che rara. Le abbiamo consegnate alla Giulia per cucinarle. Di ritorno dalla nostra escursione sulla mulattiera delle Gozze, la padrona di casa ci ha detto con sincero dispiacere che per quanto  a lungo le avesse cotte erano rimaste dure. Ci eravamo dimenticate di indicarle il tempo di cottura. Le  abbiamo mangiate di gusto anche se la masticazione è stata piuttosto laboriosa.

 

La notte dei morti le anime dei congiunti escono dalle tombe e visitano le loro case. Una candela illumina ogni finestra e il fuoco è acceso nel focolare.

 

 

Partite a tressette…

Nei giorni feriali c’è poco afflusso all’osteria del Nane. La domenica pomeriggio, dopo le sacre funzioni, alle quali partecipa quasi la totalità della popolazione, gli uomini si fermano a giocare a carte. Il gioco preferito è il tressette. I vari gruppi si dispongono attorno ai tavoli nella sala più grande a pianoterra. Si estraggono a sorte i compagni quando le coppie non sono state prestabilite. Si fissa il punteggio da raggiungere, ci si accorda sul numero delle partite, al meglio di tre o una secca, e si stabilisce la posta in palio: mezzo litro o un litro di vino. E il gioco incomincia. Spesso si aggiunge ai giocatori un quinto elemento che fa da “sior”, il signore, con il compito di segnare i punti con il gesso su una lavagnetta di ardesia e di bere quanto gli altri. Il gioco non è diverso da quello praticato a Parenzo o a Trieste. Qui c’è l’usanza di “muciar le carte” in modo scoperto. Si mettono insieme le carte che valgono, come i tre, i due, gli assi interponendo gli scartini sperando che dopo il taglio le carte buone non  finiscano, come spesso accade, nelle mani degli avversari. Una sola volta m’è riuscito di fare il massimo punteggio di accuso: in mano mia una napoletana e in quelle del mio compagno le altre tre napoletane, alle quali si aggiungevano il punteggio dei tre tre, dei tre due e dei tre assi. In quella partita giocavo contro il mio collega Primo e suo padre, l’Ambrosio Luco. M’è dispiaciuto un po’, perché era stato Primo ad insegnarmi a “muciar”.

Un bravo giocatore era il Bepo della Ferrazza, fratello scapolo del Berto e del Nadale. Ricordava senza sbagliare quali carte erano già passate. Non si arrabbiava mai con i compagni quando sbagliavano. Al più specificava i motivi dell’errore e indicava per filo e per segno gli sviluppi che si sarebbero verificati giocando la carta giusta. Il Bepo aveva altre notevoli doti. Sapeva valutare il peso di una manzetta misurando a spanne la sua schiena. E aveva un suo metodo per valutare il peso del fieno contenuto nel fienile. Il Teto prima di distribuire le carte tirava fuori la lingua  per leccarsi le cinque dita della mano libera. Il Ciuce e l’Oreste formavano coppia fissa. Quando alla fine delle innumerevoli partite dovevano pagare il conto del vino di loro spettanza, invece di fare a metà come usavano tutti, essi preferivano giocarsi un’ultima singola partita: l’intera posta l’avrebbe pagata uno solo, il perdente. E per procedere più speditamente passavano al gioco “ricco”: eliminavano dal mazzo tutte le scartine, tenendo in mano soltanto le figure e le altre carte di valore. Intorno ai due contendenti si raccoglievano tutti i presenti in sala per assistere alla grande sfida. “E un litro ch’el vegna!” ordinavano impavidi all’oste.

L’osteria era anche il luogo dove si parlava di affari e si concludevano contratti, sulla parola. Era immancabile la bevuta conclusiva, allargata a tutti i presenti se l’affare era importante.

Anch’io ho concluso il mio bravo contratto, una sera d’inverno, nella sala grande dei Tre Garofoli. Senza tante discussioni ho comperato dal Cesare dei Osti un paio di sci militari di frassino, con relativi bastoni di bambù per mille lire e un fiasco di vino rosso. Quegli sci, mi ha detto Cesare, avevano fatto con lui la campagna di Russia. Se ne privava senza rimpianti.

 

Category: Ambiente, Aulo Crisma e la rivista "inchiesta", Osservatorio comunità montane, Scuola e Università

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About Aulo Crisma: Aulo Crisma è nato a Parenzo nel 1927. Nel 1945 ha conseguito il diploma magistrale.Nel 1946 ha lasciato l'Istria come esule. Ha fatto il maestro elementare prima a Giazza, dove si è sposato con la collega Maria Dal Bosco, e poi a Selva di Progno. E' stato un attivo animatore culturale dirigendo il locale Centro di lettura, divenuto poi Centro sociale di educazione permanente. E' stato per molti anni corrispondente del quotidiano L'Arena di Verona. Ha condotto numerosi lavori di ricerca e documentazione sulla storia dei Cimbri, una popolazione di origine tedesca che si era insediata sui Monti Lessini verso la fine del XIII secolo, che ancora manteneva vivo nell'enclave di Giazza ,l'antico idioma alto tedesco.Ha fatto parte del Direttivo provinciale del Sinascel, sindacato nazionale della scuola elementare. Ha pubblicato "Guardie e contrabbandieri sui Monti Lessini" (con Remo Pozzerle), Ed. Taucias Gareida, Giazza-Verona, 1990; "Lessinia, una montagna espropriata" (con Remo Pozzerle), HIT Edizioni, San Martino Buonalbergo, 1999; "Bar lirnan tauc': Noi impariamo il cimbro, Ed. Curatorium Cimbricum Veronense,, Verona, 2001; "Parenzo, gente, luoghi, memoria" Ed. Itinerari educativi, Comune di Venezia, 2012. Attualmente vive con la moglie a Tencarola, in provincia di Padova, e collabora alla rivista Inchiesta.

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